UNICEF Tap Project: ce la farai a non toccare il tuo smartphone?

UNICEF ha lanciato da poco il Tap Project, che vuole aiutare quei 768 milioni di persone senza accesso ad acqua pulita in cambio di un piccolo sacrificio da parte nostra: rinunciare ad usare il proprio smartphone.

UNICEF Tap Project

Per partecipare, bisogna andare sul sito http://tap.unicefusa.org/ dal proprio smartphone, appoggiarlo su una superficie piana e lasciarlo lì. Ogni 10 minuti di non utilizzo equivalgono ad un giorno di acqua pulita, attraverso l’uso di tavolette purificanti.

UNICEF Tap Project smartphone

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Intanto che scorre il tempo, sul display del telefono compaiono una serie di informazioni sul progetto o su quello che sta succedendo nel mondo:

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Messaggi: aspettative snervanti per una risposta instantanea

Andrew Torba su Medium scrive spesso di come l’ossessione per i mobile device stiano cambiando il modo in cui interagiamo con gli altri. Questa volta invece scrive delle aspettative sulla risposta istantanea da parte dell’altro, in un post dall’eloquente titolo: “Yes I Saw Your Text, But Don’t Expect Me to Respond Instantly”.

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In our world of instant communication and satisfaction we place unjustified expectations on each other to respond in a timely manner without any room for delay. Our devices enforce these expectations with features like “read reports” or by marking messages as “seen.”
[..]
Many of us feel entitled to receive a quick response from the person we are communicating with, but the reality is there are plenty of valid reasons for not being able to respond. When we don’t receive an immediate reply from someone we tend to have an emotional response that leaves us filled with animosity towards the other person. As if this person is purposely ignoring us and couldn’t possibly have any other pressing matters to deal with in their life. How selfish of us.

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(via BicycleMind)

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The Period Is Pissed

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“In the world of texting and IMing … the default is to end just by stopping, with no punctuation mark at all,” Liberman wrote me. “In that situation, choosing to add a period also adds meaning because the reader(s) need to figure out why you did it. And what they infer, plausibly enough, is something like ‘This is final, this is the end of the discussion or at least the end of what I have to contribute to it.’

Via The Period Is Pissed – New Republic

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Reeder 2 e gli aggiornamenti (a pagamento) delle app per iOS 7

Ho letto questo articolo di Alessio e sono capitato su una frase, riguardo a Reeder 2, che mi ha fatto letteralmente saltar giù dalla sedia: “sicuramente, i miei amici con iOS non hanno ancora comprato Reeder 2 [..], e ci sarà pure un motivo.”

Bene: analizziamo il caso Reeder 2 e perché forse non ha tanto senso usarlo come esempio per spiegare “perchè non far pagare gli upgrade”.

Non si tratta di un’update specifico per iOS 7, ma si tratta di una nuova app universale (prima c’era Reeder per iPhone e Reeder per iPad) che aggiunge il supporto ai diversi gestori RSS dell’era post-googlereader (che era stato aggiunto solo all’app per iPhone, lasciando indietro quella per iPad). Il perché di questa scelta lo spiega benissimo lo stesso Silvio Rizzo, autore dell’applicazione, nelle FAQ sul sito ufficiale:

“The main goal of Reeder 2 was to bring the iPad version up-to-date. At first, the plan was to do an iPad only update. On the iPad, it’s a completely new app, finally adding support for multiple services. Reeder for iPhone is still available in the App Store. That said, if you only use Reeder on your iPhone there’s no need to upgrade unless you like the new UI, of course. Reeder 2 is just the beginning, think of it as the initial release of a new app. More will come.”

Io avevo pagato entrambe le app e ho comprato anche questa nuova versione. Perché sono spendaccione? No, perché ho valutato che mi convenisse di più pagare l’app (e far guadagnare qualcosa all’ottimo sviluppatore) piuttosto che continuare ad usare altre applicazioni (eventualmente gratuite).

Dopo la chiusura di Google Reader, ho trasportato tutto su Feedly (ed ho pagato il loro servizio pro a vita) e per quanto via web mi trovi abbastanza decentemente, non riesco ad usare la loro app iOS, soprattutto su iPad: la trovo scomoda da usare, con tutta un serie di gesture e altri piccoli dettagli che non riesco a digerire (o ad abituarmici), a partire dalla lentezza, dal voler trasformare il mio feed in un magazine a tutti ai costi, fino ad arrivare all’impressione che generi troppo traffico dati. Provate ad entrare in una categoria, passare ad un altra e ritornare alla categoria predente: dal tempo che impiega, sembra che stia ricaricando di nuovo tutto da capo, comprese le immagini. Che non abbia forse un sistema di caching? Questa è una cosa che con Reeder non succede (e non è mai successa). Il passaggio da una categoria all’altra è istantanea (mentre in background l’app effettua l’eventuale aggiornamento dei feed). Sembra una cavolata ma risparmiare quei 10-15 secondi che per me vuol dire molto, considerando l’uso che ne faccio sui mezzi. Inoltre le immagini vengono pre-caricate solo solo in caso di connessione wi-fi e ciò permette di consumare dati solo per le immagini degli articoli che si vogliono veramente leggere, evitando di andare ad influire catasfroficamente sulle soglie dati 3G.

Quindi, alla fine, sì, l’ho pagata e l’ho pagata tanto*, ben 4.99€. E sono contento di averlo fatto, in barba a tutti quelli che fanno storie anche per pagare l’eurello annuo chiesto da Whatsapp per continuare a fornire un buon servizio, senza pubblicità (e permettendo agli utenti di risparmiare così decine di euro in sms e mms).

Ma ritornando al discorso principale, inizio ad avere numerosi dubbi che la strategia “paghi una volta, aggiorni per sempre” alla base dei diversi store di app sia corretta o ancora valida. Non tanto guardandola come consumatore (se è gratis, va sempre bene, giusto?), quanto invece osservandola dal punto di vista di uno sviluppatore. È veramente sostenibile una politica del genere?

Ci sono degli aggiornamenti incrementali, in cui poco alla volta si aggiungono nuove funzioni, si correggono i bug, viene migliorato il servizio. Ma ci sono molti altri casi – non dipendenti direttamente dalla software house – in cui tutti i piani vengono mandati all’aria: che può essere l’aggiornamento dell’OS con un sistema grafico completamente differente dal passato e che obbliga a lavorare da zero su UI e UX (come è successo proprio ora con il passaggio ad iOS7), che può essere un fornitore che sopprime le API a cui ti affidi e sei obbligato a cercare nuove soluzioni (come nel caso di Google quando ha chiuso Google Reader), il cambio di architettura software o hardware che ti costringono a rimettere mano a tutto il tuo codice e ottimizzarlo da zero (potrebbe – ma non così esperto da esserne sicuro – essere il caso del passaggio a 64bit su iPhone 5s).

Sono tutti costi che devono ricadere solo sullo sviluppatore di turno? A mio avviso no. Sta allora sviluppatore valutare se gli è conveniente (sostenibile?) far felice i suoi clienti e offrire un aggiornamento gratuito oppure no.

Ken Case, CEO di OmniGroup, fa giustamente notate: “we cant’ keep making this stuff for free”. Lanciata nel 2008 all’apertura di AppStore, l’applicazione OmniFocus è state sempre aggiornata gratuitamente (per 5 anni) ma adesso, col passaggio ad iOS7, è stato proposto un upgrade a pagamento: “Now seemed like the right time to ask for another $20,” ha infatti affermato Case. “If I’m buying a movie, I don’t expect to get the sequel for free.” Aggiunge poi: “If people had a perfect understanding of what we’re doing and why, they’re not going to be upset, but there will always be people that we don’t reach.”

Direi che è il caso, per Apple e Google, di studiare un sistema di upgrade delle app che permetta sia a consumatori che ai developer di ottenere dei vantaggi: qualcosa che consenta di offrire un prezzo agevolato a chi ha già l’applicazione, in modo da permettere all’utente comune di non sentirsi “preso in giro” o “poco considerato” dallo sviluppatore ed essere invogliato all’acquisto e allo sviluppare di aumentare la percentuale di upgrade della propria app, piuttosto che rischiare di perdere clienti (che potrebbero migrare verso altre app o servizi concorrenti).

Ben altra è invece la conclusione di Marco Arment alla fine del post che aveva citato Alessio:

“Paid-up-front iOS apps had a great run, but it’s over. Time to make other plans.”

Vedremo cosa succederà, ma nel frattempo direi che è il caso, per noi utenti, di smetterla di pretendere che tutto sia dovuto e senza pensare alla fatica e al lavoro che c’è dietro.

* no, per me quei 4,99€ non sono tanti.

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Facebook acquisisce Parse

È di poche ore fa l’annuncio dell’acquisizione di Parse da parte di Facebook.

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Parse è una piattaforma cloud-based che offre agli sviluppatori una serie di strumenti e servizi scalabili e multi-piattaforma (iOS, Android, Windows Phone 8, Windows 8, JavaScript, .NET), come ad esempio servizi backend per il salvataggio dei dati, notifiche, gestione degli utenti, rimuovendo quindi tutta quella serie di difficoltà legata alla gestione dei server e delle infrastrutture e permettendo quindi di concentrarsi solo sullo sviluppo dell’app e della sua user experience.

La mossa di Facebook prosegue nella logica di prestare maggiore attenzione al mondo mobile, ma rimane la cursiosità di capire cosa nascerà da questa acquisizione. Nell’annuncio viene affermato che Parse continuerà ad offrire i propri servizi attuali, ma è logico aspettarsi delle novità.

L’ipotesi più semplice è che l’sdk di Parse venga integrato maggiormente con l’SDK di Facebook e le API di Open Graph, offrendo quindi tutti i servizi cloud del primo e legandoli in qualche modo al social network.

[AGGIORNAMENTO]

If you wanted to make a leap of faith, you could speculate that Parse could become the plug-and-play backend of a Facebook mobile OS focused on making things easy for developers. That’s not out of the question far down the road, and is bolstered by Facebook’s recent acqhire of the Pieceable team who had built mobile app development and in-browser preview platform.
Via Techquote

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Concerto Woodkid @ Teatro Parenti

Credo sia la prima volta che mi capita di scrivere in un concerto. Ma quello di Woodkid visto ieri sera al Teatro Parenti a Milano per l’elita Design Week Festival, non può passare non raccontato.

Perché, giusto per dare subito un’idea, è stato un concerto da brividi e che ha mantenuto tutte le aspettative (piuttosto alte, peraltro) che mi ero fatto durante i mesi di attesa, sia dell’album, sia dell’arrivo del Tour dell’artista francese in Italia.

E #woodkid comincia con #thegoldenage

Dopo una lunga attesa, improvvisamente ottoni e i violini anticipano l’arrivo sul palco di Woodkid che si aggiunge agli 8 musicisti già presenti, per dare poi inizio al concerto con “The Golden Age”. Man mano che la canzone va in crescendo, si aggiungono alla scenografia assolutamente minimal – se non inesistente – giochi di luci e retroproiezioni.

Ma questo in realtà semplice semplice setup scenico riesce a sottolineare al meglio ogni passaggio musicale, che sia una parte piuttosto tranquilla, o improvvisi stacchi d’energia, come se le luci con l’intensità e le geometrie disegnate dai fasci dei proiettori e i video in sfondo su unissero alla sinfonia suonata live.

woodkid

Un live perfetto, di qualità pari alla versione studio delle stesse canzoni presenti nell’album, con la voce di Yoanne perfetta, che non sbaglia una nota (tranne dimenticarsi le parole nella prima parte del concerto :) ).

'cause #iloveyou #woodkid

E poi si continua con le canzoni più tranquille dell’album fino ad arrivare ad I Love You, ultimo singolo, che fa esplodere la platea.

E di canzone in canzone si arriva alla pura energia di The Conquest of Space, al “questa forse la conoscete” Iron, che riesce ancora di più a far scatenare tutti, con la sua energia, la sua epicità, i suoi cambi tra strofa/ritornello accentuati da esplosioni luminose e cambi drastici di video/effetti di luce e un Woodkid che passa dallo stare immobile al correre a destra e sinistra del palco, incitare il pubblico, sottolineare i colpi di cassa. E il saltare sul pavimento della platea, che ondeggiava a ritmo (aiuto, si spaccherà mica?).

E poi la fine, ma prima la richiesta a gran voce per Run Boy Run, unico singolo assente. E Run Boy Run fu, in una versione molto più lunga, da brivido.

Qualcuno ha detto Run Boy Run? #woodkid

Brivido per la bravura di Woodkid, per la sua voce, per come si muoveva sul palco, per i bravissimi musicisti che l’hanno accompagnato.

Sensazioni stranissime a vedere le luci che si muovevano, disegnando poligoni geometrici nell’aria, vedendo invece sul palco, alcuni musici fermi e immobili come statue che guardavano avanti, visto che in quel momento non stavano suonando, con magari Woodkid che si muoveva come un forsennato sul palco o delle retroproiezioni da brivido.

Non una sbavatura nella voce, nella musica, nel sync video/luci.

Bravi, bis, bravi, a quando il prossimo concerto?

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(Giustamente in ritardo) Benvenuto Fuorigio.co!

Con giusto quella manciate di settimane di ritardo, eccomi qui a parlare di Fuorigio.co.

fuorigioco

Un’idea nata autonomamente in ognuno di noi (Andrea, Giovanni, Fabio, Lorenzo S. e me) e che ha preso per la prima forma e nome quasi per caso davanti ad una pizza e ad un Xbox con cui stavamo giocando – guarda caso – FIFA 2013.

Perché c’è la voglia di provare a fare di più in quel mondo del gaming che tanto apprezziamo, per passione e anche (chi più, chi meno) per lavoro. La voglia di potere avere uno spazio nostro, insieme e che mostri le mille sfaccettature di questo enorme universo che non è solo entertainment, ma che spesso arriva all’arte. Essere insieme per riuscire a dare copertura a più notizie e uscite possibili, ma soprattutto per aggregare pensieri e recensioni non sempre concordi tra loro.

Insomma, per dirla con le ottime parole di Andrea, che ha firmato l’editoriale di presentazione:

Amiamo il mezzo videoludico in tutte le sue forme, amore che negli anni passati abbiamo profuso scrivendo su varie testate di settore, gestendo community, producendo videogiochi. Ma come una piccola coalizione appena nata, non ci siamo mai sentiti rappresentati pienamente. Troppo stretti nelle maglie di una linea editoriale, troppo poco tempo a disposizione per raccontarlo al meglio.

Abbiamo deciso di unire il nostro credo e di mettere quello che di meglio abbiamo da offrire, qui: la nostra passione.

Non aspettatevi scadenze puntuali, non aspettatevi recensioni del giorno dopo, ma soltanto la certezza che qui vi racconteremo, ognuno con il suo stile e linguaggio, ciò che significa vivere con tutti i sensi un’opera d’arte.

[...]

Mettetevi comodi, lo spettacolo ha inizio.

Ovviamente noi 5 (con Michele e Paolo che si sono aggiunti in quest’avventura) vi aspettiamo su fuorigio.co,

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Fastweb #fastline: Moscova MM2 o Tokyo Shibuya?

Ieri lunedì 21 gennaio è stata una giornata un po’ particolare per i pendolari che si trovavano a passare dalla stazione di Moscova della MM2 milanese: Fastweb ha infatto trasformato la stazione meneghina nella trafficatissima stazione di Tokyo Shibuya.

Moscova MM2 o Tokyo Shibuya?

La banchina direzione Abbiategrasso è infatti stata completamente trasformata: tra decori del muro, affissioni pubblicitarie illeggibili per noi occidentali, cartelli di attenzione/norme di comportamento, un’edicola specializzata, schermi che trasmettevano notizie locali (di Tokyo, intendo) e meteo, avvisi sonori in doppia lingua giapponese e inglese.

#fastline - Edicola

#fastline - Musica a tutto volume

Numerose comparse (si parla di un centinaio) aumentavano la sensazione di trovarsi in tutt’altra città: lavoratori in giacca cravatta e ventiquattore, studenti in divisa, una geisha, cosplayer.

#fastline - people

Fastweb #fastline - Lavori in corso

Sui cartelloni pubblicitari era presente un QR che rimandava al sito Immagina, puoi e che permetteva velocemente di fare check-in a Tokyo. Lo stesso sito presentava un’infografica aggiornata in tempo reale sul numero di treni e passeggeri che hanno transitato per la stazione di Moscova / Shibuya e raccoglie i tweet e le foto scattate con Instragram dai passanti e taggate con #fastline, tag ufficiale dell’iniziativa.

Immagina, puoi - Infografica in tempo reale

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Facebook rinuncerà al suo logotipo?

Durante l’evento di ieri, Mark Zuckerberg ha presentato il nuovo sistema di ricerca di Facebook, denominato Graph Search.

Facebook Graph Search

Si tratta di un motore di ricerca in tempo reale basato sulla propria rete di contatti facebook, che permette (per il momento) di trovare amici, luoghi, interessi e foto, utilizzando chiavi di ricerca in linguaggio naturale come “ristoranti in cui sono stati i miei amici a Bologna”, “hotel vicino alla Tour Eiffel”, “Canzoni che piacciono ai miei amici”. Successivamente la nuova ricerca verrà allargata in modo da comprendere anche i testi dei post e le azioni personalizzate rese possibili con gli Open Graph.

L’introduzione della nuova ricerca porta però con sè un grosso cambio nella barra di navigazione superiore.

New Facebook Nav Bar / before and after Graph Search

Infatti, per fare spazio alla nuova barra di ricerca, sono state spostate le tre icone (richieste amicizia, messaggi e notifiche) sulla sinistra (in modo simile a quanto stavano sperimentando da ottobre), viene eliminato il nome dell’utente (ora identificato solo dall’icona profilo), sparisce lo sfondo bianco della casella di testo della ricerca e si perde il logotipo “facebook”.

Gli ultimi due cambi sono molto interessanti: non solo ciò che si scrive nell’input box serve per determinare i risultati mostrati, ma viene usato anche come titolo della pagina.

Inoltre il logotipo, a cui siamo abituati dal 2004, viene sostituito da una versione piatta e semplificata di quello che nelle Brand Guideline viene chiamato “f” logo.

L’”f” logo è l’unico logo che le aziende possono liberamente utilizzare per comunicare ai propri clienti la presenza sul social network, per cui è ormai comune trovarlo in qualsiasi forma di comunicazione pubblicitaria, non solo online (siti e banner), ma anche offline, in pubblicità su riviste e giornali, manifesti, sacchetti. Questo straordinaria diffusione ha fatto sì che l’icona – assieme al simbolo della manina – sia indissolubilmente associato e riconducibile a Facebook.

Sorge quindi il dubbio se la nuova icona rientri solo nel processo di semplificazione della barra di navigazione o se sia il primo passo per un più grande cambiamento di brand identity, seguendo le orme di Nike, Apple o (più recentemente) di Twitter, che hanno eliminato completamente il logotipo e usano la sola icona.

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Google Sync: accedere di nuovo all’elenco dei device

Dopo aver cambiato iPhone, Gmail non teneva più sincronizzate correttamente le mail cancellate dal device: anziché finire nel cestino, venivano semplicemente tolte dalla Inbox (ma rimanevano tra le “All Mail”).

Il trucco, a patto di avere impostato l’account come Exchange sull’iPhone e di avere English (US) come lingua, è di abilitare la funzione Enable “Delete Email As Trash” for this device da Google Sync. È – purtroppo – un’opzione facoltativa che lavora a livello di singolo iPhone / iPad e non è possibile impostarla come default a livello di account.

Google Sync

Google Sync è accessibile direttamente dal device all’indirizzo http://m.google.com/sync ma, forse per qualche cambio recente, al momento l’url non funziona correttamente e rimanda alla normale pagina web di aiuto, senza alcuna possibilità di modifica delle impostazioni dei dispositivi.

Per accedere invece all’elenco dispositivi, dopo un po’ di ricerca online, sono riuscito a trovare il link https://m.google.com/sync/settings/iconfig/welcome che al momento sembra funzionare.

Accedendo all’url dal proprio dispositivo mobile, dopo un login, comparirà un elenco contenente tutti i device iOS che sono stati sincronizzati con il proprio account; per ognuno, oltre ad attivare l’opzione per la corretta gestione della posta eliminata, è possibile attivare l’opzione Send mail as (info sulla funzione) e impostare quali calendari (propri o condivisi) sul dispositivo.

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