La mia (prima) Milano Marathon in staffetta da #cityrunners

Io lo so quello che pensate voi che non correte quando al sabato sera vi dico che non devo fare tardi o mangiare troppo perché il giorno dopo, domenica, ho una gara. Lo so perché mi darei anche io del pazzo, di quello che si sta rovinando per l’ennesima volta il weekend.

Eppure vuoi mettere tutto quello che significa preparare e fare una gara come la Europ Assistance Milano Relay Marathon 2015 (per gli amici #MilanoMarathon)?

Ora, gara dovrei scriverlo tra virgolette, perché non è che io possa permettermi di competere con i razzi africani™ che hanno stravinto domenica, o anche solo con gli altri colleghi #cityrunners che hanno affrontato la maratona o fatto tempi da sbav, invidia alla staffetta (vi ammiro tantissimo, lo sapete?).

Però c’è tutto quel rituale prima della “gara” che te la fa sentire tantissimo. Gli allenamenti leggeri di scarico, il controllarsi un po’ col cibo, il provare ad andare a letto presto ma senza riuscire a chiudere occhio per la tensione e l’alzarsi altrettanto presto per un tè, 3 fette biscottate, vestirsi con le tre strisce, indossare le Ultra Boost e via in macchina verso Milano.

Tutto pronto per la staffetta #cityrunners alla #milanomarathon

E intanto sale l’ansia, ma sale anche la gioia di non essere l’unico blu (o era viola la maglia? Sto diventando daltonico?) in pettorina. Sei sulla metro e ti rendi conto che ce ne sono altri 2, 10, 20 vestiti come te. E partono i sorrisi e riesci anche a scambiare due parole con perfetti sconosciuti – una di quelle cose che non sei in grado di fare in nessun altra situazione – : che frazione corri?, da dove arrivi?, convenevoli sul tempo, grande!, in bocca al lupo, ciao. Altri sconosciuti ti chiedono invece che manifestazione c’è e quindi gli spieghi, e gli sottolinei che no – mavvà – tu fai solo la staffetta ma loro ti sorridono, ti fanno i complimenti e ti fanno l’in bocca al lupo e adesso ti senti stupido a scrivere queste cose qui perché stai sentendo gli occhi inumidirsi. Di nuovo.

Esci dalla metro, ti orienti un attimo e vai dritto al punto di raccolta alla seconda frazione. Ti maledici perché non sei riuscito a partire prima e volevi in realtà vedere la partenza, volevi vedere e salutare Zeno, volevi incitare il tuo compagno di squadra, volevi esserci a quello sparo di cannone.

Ma sei fortunatamente arrivato almeno in tempo per vedere passare quelle frecce africane™ della maratona, poi altri maratoneti e poi vedi passare anche gli altri #cityrunners (quelli seri, i maratoneti, mica quelli come te) e non puoi non urlare, non puoi non incitarli, non puoi non pensare a quanto siano pazzi a fare 42km ma soprattutto non puoi non invidiarli perché sono talmente bravi da riuscire a fare 42km (e tu no).

Intanto arrivano altri allo stand adidas e la cosa bella di essere #cityrunners è che siamo tantissimi e ancora non ho conosciuto tutti e quindi ogni volta ti ritrovi a parlare con qualcuno di nuovo, ad ascoltare consigli e a dare consigli, a incitare e ad essere incitato. Ed è come se in realtà ci si conoscesse da sempre.

Il tutto ovviamente senza dimenticarsi le cose fondamentali: i selfie, altresì detti fotine. E le figure di m., quelle che fai in gruppo quanto ci si impegna a mettersi belli fighi in posa davanti ad un mega obiettivo e poi il cameraman se ne esce con un è un video! e allora ci si ricompone e facendo finta di nulla si saluta per la camera come la Betta e sorridi e ridi.

Quelli di @europassistanceitalia ci hanno fatto una foto fighissima, vero?

A photo posted by @nomoreme on

Intanto passa il tempo e iniziano ad arrivare i primi staffettisti: quelli seri, poi quelli pro, poi gli altri; vedi passare altri amici di altre squadre (qualcuno ha detto Anto?) e non ti trattieni tutte le volte che vedi passare un volto conosciuto, tra i mille. Poi senti che dicono che Zeno sta arrivando, ti giri, tenti di cercarlo, ti sistemi meglio che puoi, ti maledici perché meno foto più stretching e all’improvviso è lì che ti passa il testimone, ti dà una pacca sulla spalla per spingerti e tu parti, circondato da urla e frasi che non comprendi.

È il momento del grande panico: del comprendere come funziona il testimone, del non farlo cadere, del riuscire a legarselo bene al polso; ma intanto c’è da far partire il timer, verificare se la fascia cardio è messa su giusta, accendere la musica a palla. Ma è anche il momento dell’iniziare a correre, del prendere il ritmo, solo che sei in mezzo a tanti altri staffettisti che stanno facendo gli ultimi metri per passare il testimone o che il testimone l’hanno già preso e corrono come te, più di te.

Ormai sei un’esperto di gare (è ben la seconda!) e sai che è pericolosissimo correre nell(‘euforia dell)a folla. Abbassi gli occhi al polso e vedi tempi da capogiro: 4’10-4’20. È pazzia e sai che c’è da rallentare, ma fortunamente sei fuori dalla zona di cambio, c’è un po’ più di spazio e puoi iniziare a ragionare con il tuo passo e con il tuo ritmo.

Nel primo chilometro incontri prima Lucia e poi Annalisa, partite poco prima di te. E hai tantissima voglia di affiancarti, tenere il passo insieme e correre assieme, perché alla fine tu non sopporti i 10k in solitaria, fai sempre tantissima fatica e hai bisogno di compagnia. Però senti anche le gambe che fremono e vuoi correre per la tua squadra.

Una squadra che ti considera (anche se forse mentivano) la loro punta di diamante, che continuavano a ripeterti che tu eri quello che correva forte. Non ci hai mai particolarmente creduto fino in fondo che dicessero il vero, però alla fine è la prima volta che qualcuno ti dice delle cose del genere e allora ti si gonfia il petto d’orgoglio e le gambe avanzano, passo dopo passo.

La giornata è bellissima e Milano lo è ancora di più, ancora una volta. Ti ritrovi a fare una parte di percorso che hai già fatto 2 settimane prima alla StraMilano. Una parte che odi (via Washington) seguita da una parte che ami: passi di nuovo di fianco a City Life, alle residenze Hadid, al Dritto. Ancora una volta ammiri la sua copertura, le sue stampelle e sorridi a quanto sia bella la tua Milano, anche se l’hai abbandonata per andare a stare all’ombra di Città Alta.

Ancora una volta vorresti prendere e fermarti e tirare fuori il cellulare e scattare infinite foto. Se solo non fosse un macello tirarlo fuori dalla fascia da braccio, disincastrando il cavo delle cuffie. Se solo in teoria non dovresti correre, non ci fosse un Enzo ad aspettarti all’inizio della terza frazione e un arrivo da raggiungere.

Così lasci perdere di nuovo e decidi di gustarti lo spettacolo con gli occhi e con il cuore. Continui a correre, aggiustare il passo, controllare il battito ma lasci perdere i km. Ti senti impreparato perché non ti posto un obiettivo da raggiungere, non hai controllato i tuoi tempi passati e hai deciso di correre a sensazione.

E la sensazione è bella, bellissima. Ti rendi conto di passare accanto ad ogni tipo di runner: il giovane, l’anziano che spinge più forte di te, il solitario con la musica più a palla della tua, il gruppone che ride e scherza, chi rallenta, chi si ferma stringendosi la caviglia e non riesci a non essere dispiaciuto per lui, perché sai che tu una cosa del genere non la accetteresti e piuttosto arriveresti fino alla fine, anche a costo di spaccarti tutto come un qualsiasi incosciente. Ammiri le maglie personalizzate, i mille colori, gli slogan dai copy fighissimi, i loghi di tantissime onlus: persone che corrono e che lo fanno per sostenere iniziative di solidarietà che riescono a rendere il mondo un po’ più bello. Sei emozionato in mezzo a tanta Umanità, quella con la U maiuscola. In grassetto.

E poi c’è il pubblico, anche se decisamente meno rispetto a quello incontrato alla StraMilano. Gli incitamenti, i bambini che ti allungano la mano per darti il 5. E ogni volta è un altro #boost, che assieme a quello che hai ai piedi, ti fa andare ancora più veloce.

Però non è tutto rosa e fiori. E arriva un momento di panico. Stai correndo lungo il fianco di Fiera Vecchia. E di fianco a te passano in senso opposto gli atleti della maratona (ciao, tu sei si e no a metà della tua frazione, loro saranno già al 30 e passa km). Vedi il controviale che loro stanno facendo, ti ricordi la geografia dell’incrocio che ti aspetta, fai 2+2 ed è panico. Se loro stanno correndo lì, tu correrai nel sottopassaggio. E dopo la discesa del sottopassaggio, c’è la salita del sottopassaggio. E dopo la salita del sottopassaggio c’è la salita del ponte rosso. Alzi lo sguardo, controlli, ma sei ancora troppo lontano per capire se hai ragione. Visualizzi in memoria la mappa del percorso ma non te la eri studiata, non avevi mica pensato che a Milano non fosse tutto in pianura.

Alla fine avevi ragione. Inizi a scendere e in realtà, più della fatica della discesa e della fatica della fatica pensi ad un’altra cosa: al GPS che magari lì sotto non prende. Sia mai che poi sulla compaiano 100m sballati!

È un momento di panico per tutti. I commenti a voce alta ci sono. Ti intrometti nei discorsi, ridi, scherzi, esorcizzi la fatica. Sul ponte rosso ti aspetta un incitatore a bordo strada, col megafono. E la domanda che ti poni è se sta parlando a perfetti sconosciuti o se magari si sta rivolgendo ad amici e parenti che stanno passando in quel momento di fianco a te. Pensi a quanto sarebbe figo avere amici e parenti che si fanno la sbatta di aspettarti per ore per vederti passare per 10-15 secondi e urlarti qualcosa. Poi decidi unilateralmente che in ogni caso, gli incitamenti dell’incitatore a bordo strada sono anche per te e sorridi e li fai tuoi.

Il percorso continua e dall’alto del ponte rosso vedi uno spettacolo bellissimo. E lo spettacolo ancora più bello arriva dopo, con un punto ristoro, in cui decidi di provare l’ebrezza di mangiare una mela. Mentre corri. La smozzichi a bocconi minuscoli, mastichi all’infinito e hai una paura matta ad inghiottire, con la paura che ti vada di traverso qualcosa. Rallentare il passo? Neanche a pensarci! Sopravvivi affronti il pezzo più brutto della tua tratta.

La fatica si fa sentire e non riesci più a capire come sta andando, se il ritmo che stai tenendo è buono, se stai dando una mano a migliorare la media o se stai facendo figure. Guardi al polso e pensi che ci sei quasi. Il punto di cambio è a piazzale Lotto, piazzale Lotto è dietro quella curva. Prendi, acceleri (o così credi), e passi di fianco a due ragazze vestite in rosa, con le alette e il tutù. Le ammiri, perché tu non riusciresti mica a correre conciato così perché suderesti tantissimo. Beh, diciamo anche il rosa e le alette e il tutù non sono il tuo genere, però il punto del discorso era un altro. Comunque se lì, aumenti il passo, chiedi alle gambe l’ultimo sforzo.

Affronti la curva e invece c’è il nulla. Ancora strada libera, ancora non si vede la fine della frazione. Continui a correre, anche se ti rendi conto che stai rallentando. Inizi a sentire musica a tutto volume e la voce del commentatore. Spegni la tua musica, ti concentri: si, ci siamo quasi, ultimo sforzo. Ti incanali nella corsia per la staffetta, controllando 257mila volte che la sinistra è quella sinistra verso cui stai correndo e che hai letto bene i cartelli. Tenti di capire dove inizia il punto di cambio, dove siano gli altri #cityrunners ad aspettarti e ti immagini già figure tragiche come il non trovare nessuno, cercare all’infinito Enzo o perdere il testimone.

Poi succede tutto all’improvviso. Continui a correre, inizi a passare di fianco ad un gruppo di persone, urle che ti sembrano di gioia ma che non comprendi, un lampo, riconosci Enzo (ok, questa è una versione romanzata, è Enzo che riconosce te), rallenti un po’ che fermarsi di botto no, allunghi il braccio, passi il testimone, fine.

Sorrisi da #cityrunners alla fine della #secondafrazione.

E sei assolutamente rintronato: la gioia, la fatica, i saluti, i sorrisi condivisi con gli altri #cityrunners. È tutto anf anf bellissimo. Ti ricordi che devi fermare il cronometro, guardi il tempo e ti rendi conto di aver fatto il tuo personal best sui 12k. Eppure non ti sembrava.

tempi Milano Marathon cityrunners

seconda frazione milano marathon cityrunners

Intanto qualcun altro del gruppo arriva, qualcun altro del gruppo parte, di corsa. Ti riprendi, ti incammini in gruppo verso il punto ristoro e poi in metro.

Sottoterra non ti lasci scappare il solito tweet polemico contro ATM, che con una manifestazione sportiva del genere, che si svolta tutta lungo la linea rossa, forse forse potevano incrementare un po’ la frequenza dei treni, calcolando anche i mezzi di superficie che passano per il centro sono quasi tutti bloccati.

Ovviamente, nessuna risposta da ATM, ma spero almeno di finire nel loro report settimanale con un sentiment verso di loro decisamente negativo. Perché in quel momento la cosa che mi importava più di tutto era arrivare a Palestro all’arrivo della staffetta e ritrovarsi con gli altri #cityrunners allo stand adidas.

E alla fine ce l’abbiamo fatta. Ed è stato bello, bellissimo.

Le foto, le risate, i commenti, a volte un po’ ripetuti a tutti, ma con entusiasmo. I bello dei sorrisi, delle barrette energetiche a scrocco e ancora foto.

Poi arriva anche Luigi, 4° staffestista della tua squadra adidas cityrunners 18, aka #romagnamia, con le medaglie. E tutto diventa ancora più bello.

E poi si continua a ridere e scherzare, incurante del resto del mondo che ti scrive su whatsapp per sapere come è andata; si fa una bellissima foto di gruppo…

foto di gruppo adidas cityrunner milano marathon

… un’altra immancabile con Giulia e le medaglie, sotto i ciliegi in fiore…

… si prova una foto di gruppo con la squadra intera ma no, nel 2015 e nell’era del sempre connessi non siamo mica riusciti a coordinarci, né a pensare a pose facilmente photoshoppabili.

Milano Marathon squadra 1 Milano Marathon squadra 2

 

Poi si decide che è il caso di finire la giornata, tornare alla macchina, tornare a casa e riprendere la solita vita, in attesa della prossima gara, del prossimo allenamento.

E mentre cammini verso la metro ti poni due domande fondamentali.

La prima è giusto per ribadire che non sento affatto la competizione: non mi sento tanto stanco, perché non ho tirato di più? 

La seconda è un lo rifacciamo domani, vero?

  5 comments for “La mia (prima) Milano Marathon in staffetta da #cityrunners

  1. 15 aprile 2015 at 09:53

    vabbe. un bravo te lo meriti. e ora a quando la prossima mezza ?

    • 15 aprile 2015 at 09:57

      Grazie, grazie. E detto da te fa tantissimo piacere, lo sai.

      La prossima mezza, non so, con calma? Qui ci si deve allenare per bene sui tempi e sulla resistenza! 🙂

  2. 15 aprile 2015 at 10:18

    Oddio mi sono commossa!

    • 15 aprile 2015 at 10:22

      Oddio, se lo dici così però mi commuovo anche io!

      Però devo confessarti una cosa: ieri sera l’incipit del post, dopo aver letto quello che avevi scritto tu, era qualcosa del tipo “Ho fatto la staffetta, è stata una figata, ma è inutile che scriva perché ha già detto tutto Lucia -> LINK”. Poi ho iniziato a scrivere. Ed è venuta fuori questa roba qua sopra.

  3. 15 aprile 2015 at 10:36

    La mezza all together! 🙂

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