L’halftime show di quest’anno mi ha lasciato con sensazioni molto diverse da quelle dell’anno scorso, con Kendric Lamar.
Per quanto entrambi con un profondo messaggio politico, lo show di Bad Bunny mi è sembrato qualcosa di diverso.
L’artista portoricano, il più ascoltato al mondo su Spotify nel 2025, vincitore di 3 Grammys nella 68esima edizione appena conclusasi (Best Global Music Performance, Best Música Urbana Album, e l’importantissimo Album Of The Year), ha messo in scena uno spettacolo che non è urlato e di denuncia come quello di Lamar, ma è una lettera d’amore a Puerto Rico, alla famiglia, alle sue origini, che restituisce rappresentazione gioiosa – piena zeppa di simbolismo – proprio a quella parte di società che in questo momento storico e politico è sotto attacco negli Stati Uniti, senza chiedere scusa.

La ripresa dello spazio è evidente sin dalle premesse: l’esibizione è in spagnolo e anche i sottotitoli trasmessi sui jumbotron dello stadio sono solo in spagnolo e non tradotti in inglese.
L’artista si presenta con il suo nome completo, Benito Antonio Martínez Ocasio. Ed è il cognome di sua madre (Ocasio), non il nome d’arte, non quello del padre, che compare sulla sua divisiva da football. Proprio quella ripresa dello spazio per le sue origini e anche delle figure femminili.
I 13 minuti di show che seguono sono una rappresentazione della storia dell’isola di Porto Rico, dei lavori, delle terre, della cultura, degli usi e costumi: si parte all’interno di campi di canna da zucchero, entrando di peso nel contesto storico del colonialismo nei Caraibi, la memoria della schiavitù e dello sfruttamento della terra e delle risorse naturali. Vediamo ambulanti, anziani giocare a domino, nail salon fino ad arrivare a una rappresentazione di New York con una classica bodega e la presenza di Toñita che offre uno shot all’artista. Qui il riferimento è diretto al Caribbean Social Club, che la donna possiede e gestisce da oltre 50 anni a Williamsburg e che oggi è uno degli ultimi social club portoricani che resistono in una New York e in un quartiere sempre più gentrificato e in cui si stanno dissolvendo le origini portoricane.

Vediamo operai, meccanici, tecnici al lavoro sui pali della corrente – fino ad arrivare alla simulazione di un’esplosione sui pali e un blackout, riferendosi senza troppi giochi ai blackout che l’isola veramente subisce, sia a causa dei frequenti disastri naturali che per le carenze delle infrastrutture, senza investimenti per migliorarle da parte del governo centrale. Vediamo rappresentazioni di scene familiari e di amore: da un lato abbiamo l’enorme e chiassosa festa per un matrimonio (che è stato veramente celebrato), dall’altro una famiglia che guarda in tv il discorso di Bad Bunny stesso di accettazione del premio ai Grammys, con poi l’artista che irrompe nella scena e consegna il premio al bimbo, forse metafora del supporto alle future generazioni o rappresentazione di un giovane se stesso.

Il corpo di ballo offre una rappresentazione multiculturale e di apertura, con ballerini di ogni origine, l’ospitata di Ricky Martin (artista che ha fatto coming out come gay nel 2010) e la normalizzazione di balli tra uomini indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Il pezzo di Bad Bunny cantato da Ricky Martin è particolarmente forte: è una strofa che dice, letteralmente Non voglio che succeda a noi quello che è successo alle Hawaii, una richiesta di indipendenza e decolonizzazione dell’isola. E il pezzo è cantato in una scena che ricrea la copertina di DeBÍ TiRAR MáS FOToS, ultimo album di Bad Bunny.
Abbiamo il cameo di altri artisti di origini latine, comePedro Pascal, Cardi B, Karol G, Jessica Alba, Stephani Sosa, Alix Earle.

Importante anche la presenza di Lady GaGa, quella stessa Lady GaGa che non più tardi di qualche giorno fa era in competizione con Bad Bunny con nomination nelle stesse categorie ai Grammys, perdendo. Una presenza dal forte significato simbolico (oltre che per la presenza dell’ibisco sul vestito – fiore simbolo dell’isola), che canta la Die with a smile riarrangiata in versione salsa.
E infine, la parte finale con l’usuale “God bless America”, ma con la sfilata delle bandiere di tutte le nazioni del continente Americano – a partire da quella di Porto Rico portata direttamente dall’artista, anche se nella versione originale con il triangolo azzurro, la versione bandita nel 1948 e quindi modificata integrando il blu della bandiera US.
E il messaggio finale stampato sul pallone da football, scagliato via in un touch down: Together we are America.

Cosa può esserci di più americano di così?

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